
Nell’epoca del digitale e dell’intelligenza artificiale sembra essere giunta a compimento la colonizzazione dell’immaginazione sociale. Apparentemente potrebbe sembrare il contrario, visto che pratiche espressive, desideri di rappresentazione e forme di comunicazione non trovano ostacoli nella loro bulimica varietà e nella loro diffusione onnipervasiva, grazie all’utilizzo di tecnologie a basso costo e ad alto potenziale creativo che consentono la costruzione di infinite immagini. Ma in realtà tutto ciò costituisce, da un lato, il principale ingrediente per la creazione del profitto nel capitalismo contemporaneo e, dall’altro, un potente strumento di governo delle masse, tanto più efficace in quanto ammaliante e suadente. L’apparentemente illimitata libertà di espressione e immaginazione si rivela così essere indotta e controllata dalle big tech corporations, che lasciano ben poco spazio a una vera alterità culturale, ideologica, politica, sociale. Una delle cause di questo fenomeno è individuabile nel fatto che la linea del tempo è diventata sempre più corta e sottile, fino a diventare un semplice punto: il presente. Abbandonata la storia e ignorato il futuro, non rimane che l’essere-presente, con le mille varianti dell’unica tavola dei colori proposta dal capitalismo digitale ma tutte funzionali al dogma del consumo. In questo contesto la speranza e il futuro sono demandate solo alle vie di fuga individuali: ognuno cerca per sé la via d’uscita ai propri problemi, perché un cambiamento del sistema è impensabile e impensato. Il dominio del presente parla del carattere assoluto di ciò che è dato, di ciò che è oggi e che sarà domani, perché uguale – nella sostanza – all’oggi: la contingenza non è, pertanto, il momento in cui dare corpo a un progetto o a un’idea di mutamento, ma il trascorrere dell’eterno ritorno dell’identico, seppur con colori diversi. A causa di questo ripiegamento sul presente, parole quali progresso e rivoluzione non hanno più cittadinanza. La stessa perdita di cittadinanza nel discorso pubblico concerne anche l’utopia che, almeno a partire dagli anni Settanta del XX secolo, attraversa una profonda crisi non solo nel discorso pubblico, ma anche in quello accademico. In questa direzione il concetto di utopia è presentato come un lemma controverso e polisemico – in grado di indicare tanto un gioco letterario quanto un modello politico, sia un prodotto artistico della fantasia che un’architettura razionale della città – che sempre più viene associato alla comune immagine della “fantasticheria”, all’idea di un progetto politico assurdo e velleitario, senza contatto con il concreto dato storico-sociale, confinato nella sua irrealtà e anzi con una funzione consolatoria (quindi in realtà complice e fiancheggiatore dell’autorità al potere). Critiche legittime e talvolta condivisibili. Ma davvero l’utopia è solo questo? In realtà un’altra interpretazione filosofico-politica dell’utopia è possibile, soprattutto se viene intesa come spazio di possibilità in grado di ripensare la traiettoria della modernità – cioè di quel progetto multiforme fondato su una razionalità immanente che mira a costruire un mondo migliore, fondato su giustizia e libertà, a partire dal principio dell’autoaffermazione dell’umano rispetto ai vincoli della natura e della tradizione – e come strumento capace di individuare gli elementi immaginativi che potrebbero essere in grado di riattivare le energie sociali oggi anestetizzate dai social media. L’utopia dovrebbe così diventare una capacità di immaginare altri mondi a partire dalle contraddizioni del contemporaneo, cioè un deposito teorico rappresentato dall’incontro tra la concezione moderna della legittimità dell’autoaffermazione umana e la concezione modale della possibilità intesa come potenzialità, facoltà, disponibilità, che rimanda a un’apertura verso il futuro non astratta. Se l’utopia si presenta come la cornice di possibilità del cambiamento, come una modalità di riattivazione dell’immaginazione politica allora essa perde sia il suo carattere di irrealtà, sia il suo possibile rovesciamento distopico (cioè totalitario) che crea una nuova forma di dominio e di onnipotenza, accettando invece il riconoscimento del limite e della contingenza. Un’utopia, dunque, che non è identificata tout court con la pretesa di realizzare meccanicamente la società migliore, ma che non è nemmeno un vuoto e delirante vagheggiamento di possibilità assolute, infinite e sempre cangianti, tipiche dell’individualismo narcisistico contemporaneo, funzionale all’ideologia del consumo e alla riproduzione dei rapporti di potere.
Autori/autrici principali
Thomas More, Tommaso Campanella, Francis Bacon, Cyrano de Bergerac, Louis-Sébastien Mercier, Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon, Martin Buber, Ernst Bloch, Karl Mannheim, Herbert Marcuse, Ursula Le Guin.
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